Elogio della gentilezza

Durante gli anni della mia infanzia, spesso mi piaceva arrampicarmi sopra un piccolo sgabello di legno verniciato, ed allungarmi fino ad arrivare alle mensole della libreria nello studio di mio padre. Presa dall’entusiasmo che allora avevo di dare un nome a tutte le cose che andavo scoprendo e che imparavo a fare, quella era per me “l’avventurosa scalata”.

Avevo intrapreso una così rischiosa attività perché ero molto attirata dagli scaffali traboccanti di libri e di oggetti sconosciuti, e la mia curiosità di bambina non resisteva all’impulso di andare a sbirciare, per lo meno fin dove riuscivo ad arrivare senza capitombolare giù dallo sgabello.

In una delle mensole che a fatica riuscivo a raggiungere, aveva presto attirato la mia attenzione un piccolo libro riposto con gli altri, ma di aspetto, che so, diverso dagli altri. Intanto per le dimensioni ridotte che mi consentivano di maneggiarlo con facilità, eppoi per la sua bella copertina rossa che spiccava subito in mezzo agli altri tomi un po’ grigiastri e vecchiotti. Sulla copertina erano stampate parole in oro, che mi parevano fossero così preziose, quanto misteriose da decifrare, per me che a malapena cominciavo a leggere l’abbecedario. Dopo averlo afferrato con grande soddisfazione, ogni volta scendevo fiera dallo sgabello, mi accucciavo in un angolo tranquillo e aprivo quasi con sacra ritualità le pagine del piccolo libro.

In ciascuna di esse comparivano ben poche frasi, scritte con caratteri grandi e tondeggianti, accompagnate da buffi disegni fatti con inchiostri colorati, che illustravano piccole scenette di vita quotidiana, oppure uomini ben vestiti e dai capelli lisci e lustrati di brillantina (alla Clark Gable in “Via col vento”, per intenderci) mentre cedevano galantemente il passo ad una bella signora, elegante e sorridente (alla Alida Valli o Silvana Mangano) oppure mentre si inchinavano per baciare con devozione la mano di una splendida ospite, e così via.

Mi piacevano quelle illustrazioni, mi comunicavano un senso di bellezza, di cura, di gentilezza.

Seppi più avanti, una volta che feci la domanda a mio padre, il nome del libretto. Si trattava de “Il galateo” di Monsignor Giovanni Della Casa, un’edizione “moderna e aggiornata” (diceva lui), finemente rilegata, che aveva ricevuto in dono molto tempo addietro, da alcuni compagni di corso, quando era un giovane cadetto dell’Aeronautica alle prese con i suoi primi esordi nella buona società.

So bene che ai nostri tempi è improponibile la lettura di un libello del genere, se non come reperto archeologico di un tempo che fu. Un manuale delle “belle maniere” come quello scritto a metà del ‘500 da Monsignor Della Casa, sicuramente risulta obsoleto e superato in tutti i sensi, persino nelle versioni “aggiornate”, come quella che possedeva mio padre.

Eppure sono sicura che se ci capitasse di leggerne qualche pagina, oltre che farci sorridere di gusto per la comicità di certi consigli di “bonton” ormai considerati ridicoli, saprebbe anche ricordarci, al di là dei comportamenti stucchevoli e oltremodo formali, l’importanza e la bellezza del rapportarsi agli altri con “bella e buona maniera”, o meglio con quell’attenzione, quella delicatezza e quella premura che fa sempre e comunque piacere trovare nelle persone e regalare loro.

Credo sia un modo anche questo di allietare, alleggerire e ingraziare la vita, rendendola più gradevole e dolce.

E quando parlo di gentilezza, non mi riferisco certo all’atteggiamento perbenista, spesso opportunista e formale che si sfodera, alla stregua di un sorriso ipocrita, in certe situazioni.

No, penso alle espressioni e ai modi cortesi e sinceri che manifestano genuina amabilità d’animo e di cuore, comprensione e disponibilità, mitezza e bontà.

P@R

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