I viaggiatori di epoche lontane

Salgo in macchina e guidando lentamente mi dirigo verso casa. Durante il tragitto ho una gran voglia di ascoltare un po’ di musica. Così provo ad accendere la radio… provo, tanto non c’è mai nulla!

E invece stavolta sono inaspettatamente fortunata. Mi sono sintonizzata appena in tempo per deliziarmi con l’ultima parte di quel brano che poco fa avevo in testa assiduamente, quello di Conte, com’è che si chiama? Ah, sì, certo, “Vieni via con me”! E’ tutto il giorno che lo canticchio mentalmente.

Mi sorprendo sempre quando capitano di queste curiose combinazioni… tu pensi a qualcosa o a qualcuno e te li ritrovi inaspettatamente davanti all’improvviso, o comunque in qualche modo compare alla tua attenzione un certo riferimento che ha con loro attinenza, e allora ti prende un po’ di sconcerto, quasi fossi impreparata a cogliere il nesso, che sicuramente senti esistere, tra i tuoi pensieri e quella presenza…

In ogni caso i pochi attimi di ascolto di cui riesco a bearmi, sono più che sufficienti per sbarazzarmi la mente da queste piccole considerazioni, che forse in altre occasioni sarebbero state molto più insistenti, e per riuscire a godere appieno del motivo musicale che mi palpita dentro, tanto da farmi crescere dal profondo, un profondo sospiro di benessere.

Una volta sfumate le ultime note, tento di cambiare canale per sintonizzarmi su qualcosa di altrettanto gradevole, quasi a prolungare la sensazione appena provata.

Dopo di quella, però, nulla mi pare all’altezza. E così senza esitare spengo la radio e con calma mi accendo una sigaretta. So che dovrei e potrei farne anche a meno. Ma con un certo gusto aspiro lunghe, lente boccate di fumo e altrettanto lentamente e lungamente le faccio fuoriuscire dalla labbra socchiuse.

Sto lasciando le ultime strade del centro abitato. Le luci di città sfiorano veloci la macchina in corsa. Poi dopo poco si diradano, lasciando posto all’oscurità più fitta.

A quest’ora il traffico è scarso e anche il mio grado di attenzione alla guida si rilassa un poco. Così mi viene da riflettere su quanto mi piaccia trovarmi in strada da sola. Le poche auto che incontro quasi mi disturbano, anziché procurarmi il sollievo della compagnia. Mi distolgono. Mi distraggono dalla condizione di viaggio notturno e solitario che, nella mia fervida immaginazione, già di per sé assimilo al senso di un’avventura.

E mi compaiono alla mente i viaggi di una volta, quei lunghi viaggi intrapresi a piedi dai viaggiatori di epoche lontane, solitari, chiusi in sé stessi, intabarrati nei loro mantelli.

Li vedo percorrere lunghi sentieri illuminati solo dal chiarore della luna. Li immagino fermarsi a riposare sotto il cielo stellato quando ne sentono il bisogno, e mi sembra di essere lì con loro, mentre si rifocillano con le poche provviste a disposizione, in maniera frugale, senza fretta, senza altri pensieri, se non il cammino ancora da percorrere.

E poi mi fingo di osservarli da lontano, quando proseguono la via, un passo dopo l’altro, immersi nella natura, seguendo un ritmo del tempo che oggi non sappiamo più neanche cosa sia e che forse neanche esiste più, presi come siamo da “una certa fretta” e da “una certa inquietudine” anche quando in realtà potremmo non avere alcuna fretta, anche quando non dovremmo avere alcun motivo di inquietudine.

Il fascio di luce emanata dai fari dell’auto fende il buio davanti a me. Con gli occhi fissi, attratti da quella intensa fonte luminosa e la mente occupata a fantasticare, il tempo sembra rimanere sospeso. Poi mi accorgo di smettere anche di pensare e mi lascio andare unicamente al godere questi attimi di assoluto. Assoluto buio, assoluto silenzio fuori e dentro di me, assoluta solitudine, assoluta quiete.

All’improvviso compaiono i lampioni dell’abitato, la strada si illumina di colpo. Anche per stasera cessa la magia. Dal mio mondo fantastico, dalla quiete e dall’assenza di pensieri, mi ritrovo di nuovo, quasi senza volerlo, con la testa occupata da cento piccoli assilli. E ogni volta, ci vuole un po’ per capire quale sia il mondo più vero. Se quello dell’immaginazione, o quello della cosiddetta realtà.

Sono arrivata, parcheggio l’auto. Poi scendo e faccio due passi. Prendo un po’ d’aria e guardo la luna. La sento amica di sempre.

P@R

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