Quello che ho dentro tu l’hai conosciuto

“… Sai, quello che ognuno ha dentro non è esattamente, e non è solo, quello che gli altri conoscono di noi vedendoci nella nostra esteriorità e forse nemmeno quello che possono immaginare. E’ così per tutti e vale anche per me.

Quello che ho dentro tu l’hai conosciuto, però. L’hai conosciuto tanto tempo fa, all’inizio della tua esistenza. Allora, solo allora, tu l’hai conosciuto per intero. Perché sei mia figlia. Perché l’hai sentito. Perché ti ha sicuramente attraversato quando ancora vivevi in me e di me. E qualche volta ne avevo la netta percezione.

A noi donne la natura ha dato la feconda e meravigliosa opportunità di ospitare la vita all’interno del nostro corpo fino dai primissimi attimi in cui essa ha origine, di consentire poi che si plasmi e si modelli a sua necessità dentro di noi, e di mettere al mondo, infine, una nuova creatura.

E’ comprensibile, quindi, che esistendo in simbiosi totale con un altro essere, così come succede tra madre e figlio, vada a finire che ci si senta un solo essere, una sola vita.

Tanto più nel periodo dell’attesa, breve e vissuto come la cosa più naturale del mondo, se lo si considera rapportato all’esistenza, lungo e ricco di toccanti sensazioni, se lo pensiamo a sé stante, ogni situazione che riguarda la madre, passa anche alla creatura che si sta formando nel suo grembo.

Ogni emozione, ogni umore, ogni condizione dell’animo, ogni sentimento vengono condivisi e vissuti con la stessa intensità e forse, mi spingo a dire, con lo stesso tipo di sensibilità.

Poi la connessione così intima e assoluta, al momento della nascita viene recisa e, come bene simboleggia il cordone ombelicale, porta ad un necessario distacco del bambino dalla madre, dal corpo fisico di lei e da ciò che questo implica. Distacco indispensabile affinché si compia l’atto del venire al mondo, del vedere la luce con i propri occhi, del diventare un individuo. E primo di una lunga serie di altre imprescindibili separazioni che avverranno lungo la strada del divenire una persona autonoma.

Ma tutto quello di cui siamo stati partecipi così intimamente, nel bene e nel male, fa parte ormai della nostra essenza di esseri umani, di figli.

Da quel momento in poi, che lo si mantenga vivo in sé, o che lo si oscuri in una sorta di inconscio bisogno di oblìo, la nostra esistenza sarà impostata da ciò che ha suscitato di positivo o di negativo in noi il connubio totale con la madre, come dipenderà dalle esperienze che avremo con lei fino dai primissimi istanti di vita.

Dipenderà dal ritrovare o meno, una volta che si inizi ad esistere come individui separati dalla madre, le stesse sensazioni di benessere o di disagio, di completezza o di mancanza, di soddisfacimento o meno dei propri bisogni, così come abbiamo vissuto anche nel corpo della madre. Bisogni materiali e fisici, bisogni affettivi ed emotivi.

Dunque, la vita fa il suo corso, con le sue tappe, le sue fasi. Si evolve nella crescita esperenziale di ciascuno in maniera sua propria, dando forma, consistenza e caratteristiche ad ogni persona.

Passano gli anni e, come sempre accade, le cose si perdono nel tempo che scorre, scalzate ogni volta dall’impellenza del momento che si sta vivendo. E così accade anche per tutto ciò che è legato alle nostre origini, che mano mano si stempera nei momenti di questo nostro vivere in cui molto altro diviene più pressante e importante con tutta la sua attualità.

Capita a volte, però, che le cose dimenticate, distrattamente o intenzionalmente, sul fondo di un cassetto o sul fondo dell’anima, si ritrovino. E ci tornino incontro quando meno ce lo aspettiamo.

E’ successo anche a me. In anni passati, ritrovandomi faccia a faccia con certe problematiche personali che avevo riposto in fondo al mio essere, è arrivato il punto in cui non ho potuto più rimandare un confronto con me stessa. Ho riflettuto molto riguardo a quello che ho dentro, in quella parte profonda e recondita, tanto ardua da raggiungere e da svelare. E mi sono resa conto di come io abbia avuto in eredità da mia madre, inconsapevole e incolpevole, gran parte del voluminoso bagaglio che mi trascino dentro e che appesantisce il cammino.

Questo mi ha portato a riflettere subito dopo su tutto quello che tu stessa, (e i tuoi fratelli) ti ritrovi dentro e che ti viene da me. 

Fino dai tempi in cui ho percepito che la tua età potesse concederti di mostrarti un po’ meno irruenta e un po’ più consapevolmente disposta ad ascoltare e a capire, ho cercato più volte di raggiungere il tuo cuore, di intraprendere un discorso senza dubbio non facile e per nulla leggero su questi aspetti del nostro rapporto. Così come avrei desiderato io stessa avere l’opportunità di confrontarmi con mia madre, quando e se ciò fosse stato possibile.

Di certe cose però non si può parlarne come di tante altre. Accennandone sbadatamente in qualche nostro dialogo, oppure cogliendo un’occasione fortuita per farlo, tanto meno a comando, come si accende o si spegne un interruttore.

Di certe cose si può anche arrivare a non parlarne mai, per tutta la vita. E soprattutto di certe cose si parla quando arriva da sé il momento di farlo.

Quando si entra in una condizione di sintonia e di necessità reciproca. E ci vuole tempo, bisogna dare e darsi tempo, tutto il tempo che serve, senza avere fretta alcuna. Rischiando anche, se succede, di rimanere senza interlocutore.

Purtroppo da quando sei lontana non abbiamo più avuto modo di regalarci tempo come facevamo una volta noi due, ricordi? Mah!  

Un giorno, forse, ci inventeremo di nuovo questa possibilità… Ma oggi vorrei dirti solo una cosa, intanto. Una cosa che mi preme di parteciparti.

Solo ora posso parlare e parlarti in questo modo. Solo ora so quello che ho dentro, solo ora conosco quello che mi accompagnada sempre.

Mi ci è voluta mezza vita per rendermi conto che la gran parte di ciò che sono viene da lì, proprio da lì, da quello che non volevo ammettere, dalle responsabilità che addossavo a me stessa per non volerle riconoscere ad altri, dai sensi di colpa con cui mi sono resa prigioniera per assolvere altri. Ho preferito indossare la maschera della brava ragazza e tirare avanti, piuttosto che esacerbare dei rapporti già molto al limite con persone provate da personalità al limite, in situazioni divenute più che al limite.

E quasi un’altra mezza vita per smaltire la rabbia occulta, l’insoddisfazione, la malinconia, la mia impotenza e per abituarmi a familiarizzare con ciò che avevo compreso, ma non perdonato né a me né ad altri. Per lasciare che avvenisse quell’istintiva reazione, forte e contraria, ma lunga a manifestarsi,  nei confronti di ciò che comunque sentivo di dovere accettare per vivere. E ancora di più per tentare di  custodire tutto questo come parte di me, per arrivare a governare quel vuoto che mi si era spalancato dentro.

Adesso tutto quello che ha creato i miei antichi conflitti ho imparato a considerarlo come un  inseparabile compagno di viaggio e di vita, determinante in ognuna delle situazioni che mi riguardano nel bene e nel male, e persino prezioso.

Riesco a custodirlo come si deve nel suo angolo di mondo, quello che lui si è scelto, dove vive a suo modo. E quando serve, quando ne ho bisogno lo chiamo, lo ascolto, imparo, lo consolo, e mi consola, lo allevo, lo educo e mi educa, persino. Lo freno o lo suscito, a seconda delle situazioni, lo conduco o lascio che mi conduca.

A volte faccio anche finta di niente, quando diventa troppo tedioso, lamentevole e piagnucoloso.

Oppure me lo giro e rigiro fra i pensieri che mi scaturiscono in mente, chiedendomi che cosa potrò farne ancora uscire di buono o che cosa potrà esso stesso offrirmi di nuovo e di migliore per me…

Ecco. Ci tenevo a parlarti. Ci tenevo a dirti che in ognuno di noi c’è una parte nascosta, sconosciuta alla coscienza, ma importante, determinante.

E come c’è in me, e a cui sono arrivata, così c’è in te. La ignori per tanto tempo. Poi si fa viva, troppo viva, fino a determinare le tue scelte, la tua volontà. Fino a che diventa necessario fermarti e confrontarti, anche dolorosamente. Volendo puoi imparare a conoscerla e a comprenderla, per tentare di convivere pacificamente con la sua innegabile presenza. Perché attraverso di lei  puoi conoscere e comprendere meglio te stessa, e non è poco!

Eppoi volevo dirti che anche per questo motivo vale sempre la pena di essere delicati e gentili, comprensivi e mansueti, con sé stessi e con gli altri, ovviamente fino dove è opportuno e possibile. Perché ognuno ha il suo dolore, il suo vuoto, la sua rabbia, i suoi errori, più o meno grandi e importanti con cui fare i conti.

Perché non sempre ciò che viene mostrato a sé stessi e al mondo è proprio quello che abbiamo dentro. E ci aiuterebbe moltissimo rispolverare alcune verità, alcune storie che hanno fatto parte degli inizi del nostro percorso e che in seguito sono state ricoperte da montagne di detriti, pur di non dovere costruire sistemazione adeguata.

Ci aiuterebbe moltissimo ri-trovarle, ri-conoscerle e ri-collegarci a ciò che hanno determinato in noi. Potremmo perfino imparare ad avvalercene per vivere meglio. Noi e chi ci sta vicino…”

 

 

P@R

Tratto dal racconto “Una parola dopo l’altra” di P@R


Dipinto di Veronica Holland

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